PER UN AVVOCATO EUROPEO

ClaudioSantarelli-08A cura di Claudio Santarelli

A livello europeo sorge da molte parti la domanda : perché non posso aumentare la clientela stabilendo rapporti diretti con clienti stranieri? Ora, è evidente che di solito ci si appoggia a colleghi del paese straniero per operare sia per la lingua che per le norme differenti. Ma rimane l’interrogativo sulla possibilità di una modalità diretta di agire per implementare il giro d’affari.

Due sono le Direttive che concorrono a disciplinare il diritto di stabilimento degli avvocati: la Direttiva diplomi del 1988 e la Direttiva stabilimento del 1998.

Mentre la prima prevede la necessità di un tirocinio di adattamento o di una prova attitudinale al fine di conseguire il titolo di avvocato nel Paese ospitante (art. 4 Direttiva diplomi), la seconda fa bastare una esperienza professionale di tre anni (art. 10 Direttiva stabilimento). La Direttiva diplomi si applica a una generalità di professioni, non solo a quella di avvocato e stabilisce solo le condizioni che consentono il riconoscimento in uno Stato membro del diploma rilasciato in un altro Stato membro.

La Direttiva stabilimento si fonda invece sulla considerazione che il mercato interno comporta una spazio senza frontiere interne e per l’integrazione dell’avvocato comunitario nello Stato estero non viene richiesto né il superamento di una prova attitudinale né un tirocinio di adattamento.

L’avvocato che eserciti con il proprio titolo professionale di origine e che abbia effettuato l’esercizio per almeno tre anni di un’attività regolare nello Stato membro ospitante, e riguardante il diritto di tale Stato, è dispensato dal tirocinio di adattamento o dalla prova attitudinale per accedere alla professione di avvocato dello Stato membro interessato (art. 10 c. 1 della Direttiva stabilimento).

Ma cosa ci distanzia da un “avvocato europeo” ? Un avvocato che possa patrocinare liberamente nei paesi UE rispondendo così ad un mondo sempre più globalizzato.

Si potrebbe pensare ad un patentino, una sorta di tessera europea che abiliti il legale che vuole patrocinare all’estero ad operare subito nella difesa stragiudiziale e con un legale del paese straniero nella difesa giudiziale, così che il legale ospite debba fare riferimento ad un Ordine del luogo.

Naturalmente ciò sarebbe da applicare a chi ha preso l’abilitazione nel paese d’origine e vuole collaborare direttamente con altri paesi, con aumento delle possibilità e delle relazioni per tutti.

QUASI NEMICI – L’IMPORTANTE E’ AVERE RAGIONE di Yvan Attal

Recensione a cura di Joseph Moyersoen, giurista, referente relazioni esterne e cooperazione internazionale della Commissione per le adozioni internazionali, già giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano.

Quasi nemici: L’importanza è avere ragione

Neïla Salah è cresciuta a Créteil e sogna di diventare un avvocato. Iscritta presso la grande università parigina di Assas, si trova ad aver a che fare con Pierre Mazard, professore noto per il suo particolare modo di provocare. Quest’ultimo, dopo uno scontro verbale con la ragazza, accetta, per fare ammenda, di prepararla per una prestigiosa gara di eloquenza. Al tempo stesso cinico e determinato, Pierre potrebbe diventare la guida di cui ha bisogno.

Dalla New Castle di Ken “il rosso”, ci trasferiamo questa sera nella Parigi di Yvan Attal, cambiando quindi città, Paese, lingua, genere, soggetto e stile.
Conosciamo subito i due protagonisti i cui destini si incontrano e si scontrano proprio all’inizio della pellicola: Neïla Salah – interpretata da Camélia Jordana, che ha vinto il premio César come migliore promessa femminile del cinema francese ed è già conosciuta dal pubblico per l’opera “Due sotto il burka” – ragazza di origine araba proveniente dai sobborghi parigini e Pierre Mazard – interpretato dal pluripremiato Daniel Auteuil – noto professore della facoltà di giurisprudenza di Paris deux, in cui tiene un corso di arte oratoria e insegna tecniche e stratagemmi di eloquenza, di cui è un luminare.

Il professore, appartenente all’alta borghesia, è pieno di pregiudizi, ed è dotato di un cinismo irriverente e burbero. L’incontro/scontro con la studentessa lo porterà ad insegnarle la nobile arte della retorica, attraverso scambi accesi, arguti e densi di ironia e brio (il titolo originale del film è “Le brio”, a proposito dell’importanza delle parole). La chiave di lettura è tutta nella frase:

“La verità non importa, ciò che importa è avere sempre ragione”

non conta solo ciò che si dice ma anche – e certe volte soprattutto – come lo si dice. Sul tema della retorica si ricorda un altro film francese, “A voce alta” di Stéphane De Freitas.
Come accaduto in altre pellicole francesi, ci troviamo di fronte al racconto di un rapporto di crescita fra maestro e allieva, costruito con originalità e senza fronzoli, è una storia di affermazione, se non di riscatto, dalla banlieue più periferica, grazie al potere delle parole e al loro dono di convincere il prossimo. “Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti in “Palombella rossa”.
Ma l’integrazione razziale è in fondo il vero tema cardine della pellicola, decisamente sensibile per tutti i francesi, così come lo è per Yvan Attal, noto attore e alla sua settima esperienza come regista, nato a Tel Aviv, in Israele, trasferitosi con la famiglia, in tenera età, a Crèteil vicino Parigi.

Una pellicola coraggiosa e nello stesso tempo oltraggiosa sulle ipocrisie, il perbenismo ed il conformismo che alimentano forme di razzismo dell’attuale società. Densa di cultura, ben articolata nella narrazione e con una sceneggiatura ricca di contenuti, ambiziosa fin dai titoli di testa, quando scorrono sullo schermo le immagini e le parole di personaggi come Claude Lévi-Strauss, Serge Gainsbourg e Jacques Brel. Un film che cita tra gli altri “L’arte di ottenere ragione” di Schopenhauer, nonché Aristotele, Giulio Cesare, Cicerone e Baudelaire.

La parola, elemento basilare della comunicazione e comprensione umana è l’espressione elitaria da saper gestire nelle circostanze importanti. È proprio nella gestione della parola che compone un discorso e trasmette un concetto, che si apprendono i propri limiti ma anche lo sviluppo e la crescita della propria umanità.

Presentanto nell’ottobre del 2018 Quasi Nemici ha avuto un ottimo riscontro di pubblico e di critica.

Frase memorabile:

Giuro di dire la verità, anche se per farlo dovessi mentire

IL PRATICANTATO: UNA CORSA AD OSTACOLI

A cura della dottoressa Denise Cacciaguerra

Un anno esatto fa consegnavo in segreteria la mia tesi di laurea: un’analisi normativa e applicativa sulla Legge 41/2016, condotta all’istituto di Medicina legale e delle Assicurazioni di Milano, in collaborazione con la Polizia Locale di Milano. Mi sentivo stanca ma molto orgogliosa del risultato: una tesi sperimentale di 14 mesi, a detta di tutti brillante, innovativa, sudata, sicuramente sarebbe stato un ottimo biglietto da visita da presentare in qualsiasi studio legale. Mi ero detta: non prenderò la strada più semplice con una tesi su Irnerio o scopiazzata su qualche sito internet, voglio diventare un bravo avvocato ed è giusto eccellere e distinguersi, il mondo del lavoro non è semplice, sicuramente varrà qualcosa essersi impegnati così tanto.

All’università ti insegnano questo. Non ti insegnano ad affrontare il mondo del lavoro, ti insegnano a pretendere da te stessa di essere un 30, perché di voti nella media ce ne sono troppi e quelli rimangono indietro. Già da lì avrei dovuto saperlo, la facoltà di giurisprudenza ti insegna ad essere un’ottima enciclopedia, non una lavoratrice.

 

La facoltà di giurisprudenza, in Italia, la mia, a Milano, ti insegna la conoscenza memonica di tutti i commi dell’art. 183 di procedura civile, ma non ti dice che dovrai saper scrivere un atto di appello o saper depositare un ricorso con la consolle del PCT. Quello lo pretenderà da te il tuo dominus, senza possibili attenuanti. Finito il mio percorso accademico, il 23 febbraio 2018, volevo prendere il primo volo per partire un po’, per distrarmi, per prendermi del tempo per me, per fare quelle cose che non ho potuto fare durante la mia vita universitaria perché era una sessione continua, e io dovevo rispettarla. Ma anche in quel momento, il senso del dovere ha prevalso su ciò che volevo realmente fare. “Devi iscriverti all’ordine degli avvocati entro aprile, altrimenti farai l’esame tra due anni, non puoi perder tempo”.E così ricomincia il cammino.

 

I neo-laureati sono bambini piccoli che, bombardati da un’infinità di nozioni – nati già stanchi –  escono di casa per la prima volta senza la loro mamma. Chiedono a parenti, amici come si faccia un CV, come ci si prepari ad un colloquio, perché di tutte queste cose le università non parlano. E allora li vedi, in giro per il Duomo con i loro tailleur riciclati dalla seduta di laurea e le loro 24ore regalate da quell’amico di famiglia, sgambettare tra le scale di grandi studi legali, per i più ambiziosi, o per quello studio un po’ più piccolo che hai trovato sul sito dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Non sai cosa devi dire, cosa vuoi chiedere, ti domandi se ricordi ancora qualcosa di diritto commerciale o se servirà ripetere a memoria tutto il codice di procedura penale. Ma tu ormai sei lì, seduto, sai bene che si parla di Studi Legali e non di caporalato in una qualche regione depressa e lontana. Stai per offrire loro il tuo sapere, la tua figura. Andrà bene. E’ ciò per cui hai studiato tanto. E così, ti ritrovi di fronte ad una persona che sembra aver dimenticato di aver indossato i tuoi stessi panni, non gliene frega nulla del tuo anno e mezzo di tesi o del tuo 25 in procedura civile con Taormina, le domande ricorrenti sono:” sei disponibile ad orari flessibili?”-“io posso darti massimo 250 euro al mese, dal secondo, il primo è di prova, ti va bene?”. E allora tu ti senti quasi fortunata per quel “rimborso spese”, come lo chiamano loro, “pensi che nel sud Italia, i praticanti neanche li pagano”. E allora tu sorridi, gioisci, rispondi  “si, certo che sono disponibile ad orari flessibili”.

 

Ci si stringe la mano, ci si saluta, e per i più fortunati ci si rivede il lunedi, alle 08:45, ma tanto dovrai aspettare perché il tuo futuro dominus si sarà dimenticato di te e arriverà alle 15:00.

 

E i giorni passano, la prima settimana sei euforico, la seconda già ti chiedono di scrivere una citazione e tu non puoi rispondere che non sai farlo, perché come te ci sono altri mille praticanti fuori dalla porta pronti a prendere il tuo posto. Allora, ritornano le serate con la tazza di caffè vicino e quei codici che sembrano essere la tua Bibbia, ma perché speri ti aiutino in qualcosa. Tipo un miracolo. Ma quello non ti stanca, è la gavetta, tocca a tutti. Imparerai. Passa il secondo mese, controlli il conto in banca tramite l’app. Quel rimborso non è ancora arrivato. Allora prendi il libro di Diritto del Lavoro e ti chiedi se a te sarà garantito qualcosa, ma no, ti ricordi che sei un libero professionista. Devi avere coraggio. E allora senti la tua amica che ha studiato economia e che lavora in una società di consulenza, ti propone un viaggio per questa estate, ti dice che con il suo primo lavoro può pagarsi il volo e l’albergo.

 

Tu sorridi, annuisci, non prenoti. Tu non sai neanche se avrai il rimborso spese per quei giorni in cui il tribunale chiuderà. Continuano a passare i mesi e le ore si allungano, arrivo alle 09:00 e vado via alle 22:30. Il conto in banca è sballato, incomincia ad esserlo anche il tuo corpo.

 

I praticanti avvocati li riconosci subito. Alcuni li vedi alle poste pagare le bollette del dominus, altri stanno portando la toga dell’avvocato dopo l’udienza.

 

Ti chiedi perché quel tuo essere un Dottore in Giurisprudenza valga solo per richiedere un libretto di pratica in Tribunale o per sgobbare dodici ore al giorno. Se non più. E allora, i più determinati, i più coraggiosi, chi se lo può permettere economicamente e non, continua. Finisce la pratica, e sostiene l’esame.

 

L’esame, anche li, che fardello. Hai passato 18 mesi della tua vita a lavorare, ti sei iscritto all’albo degli avvocati, hai pagato, hai frequentato la scuola di preparazione all’esame spendendo ancora una volta un capitale, hai rinunciato ancora alle vacanze-per chi le abbia-perché dovevi studiare e poi sei lì, in mezzo ad un capannone con 10.000 persone a sostenere l’esame più incoerente, ingiusto, non meritocratico che ci sia.

 

Perché parliamoci chiaro, sappiamo tutti come va l’esame di Stato in Italia. Non si tratta mica di un esame superabile dai più studiosi; si tratta di una combinazione fatta di fortuna (nella correzione), luogo della prova, e altri tremiladuecento fattori che non faranno altro che determinare chi sarai per i prossimi anni. Lo faranno loro, nonostante tu abbia fatto di tutto per meritare quel titolo. Il mondo del praticante avvocato non è certamente paragonabile alla vita di coloro che cercano l’oro nelle miniere Africane. Abbiamo un tetto sopra la testa, è piacevole imparare e sentirsi utili. Ma non è giusto il modo in cui si percepisce e considera questo “mestiere”.

 

Noi siamo sicuramente delle risorse da formare, da istruire, a volte facciamo tanti sbagli ma siamo qui per imparare. E siamo qui anche ad offrire le nostre dodici ore al giorno, la nostra presenza costante, i nostri sabati e a volte anche la nostra gentilezza quando ci trattate come i vostri segretari, non come vostri futuri colleghi. Perché è questo che siamo, e lo Stato Italiano dovrebbe iniziare a comprenderlo. Dovrebbe iniziare a comprendere che vanno puniti gli evasori in cassa integrazione apparente e premiati quei professionisti meritevoli delle stesse tutele di qualsiasi altro lavoratore.

 

Lo Stato Italiano ha l’obbligo di riformare tutto ciò che circonda la nostra categoria, che non è inferiore a nessuno. Siamo i “figli” di coloro che hanno scritto la storia dei nostri tribunali, siamo coloro che hanno scelto di mettersi al servizio della collettività per la tutela dei diritti, a volte anche gratuitamente. Ma siamo anche ragazzi dai 26 ai 30 anni che devono vivere la loro unica vita in modo normale, con due soldi in tasca per la pizza del sabato sera, o almeno con quelli per pagare l’affitto di casa; abbiamo necessità di riposare il fine settimane e di poter cenare a casa ad un orario decente senza perdere di vista le abitudini normali.

 

Abbiamo bisogno di avere il tempo per costruire i nostri rapporti sociali e di poterli vivere. Questo mondo, così difficile in quasi tutti i campi, sta sgretolando le nostre personalità, ci costringe a costruire rapporti virtuali e a sentirci insoddisfatti, falliti, non a vivere ma a sopravvivere. Noi non chiediamo benefici, chiediamo rispetto per ciò che anche voi, Avvocati di oggi, avete scelto di essere. Siamo Dottori in Giurisprudenza, liberi professionisti e come tale meritiamo di essere trattati.

NON PENSO MAI AL FUTURO

AndreaDelCornoA cura dell’avvocato Andrea Del Corno

“Non penso mai al futuro, arriva così presto”, Albert Einstein.

Governare un processo di trasformazione è l’impresa più complessa da affrontare; le incognite sono molte, vengono meno le vecchie abitudini, si creano nuove opportunità che spesso però sono un punto di domanda ed è quindi difficile capirne la reale importanza.

Questo è accaduto e accade con la rivoluzione informatica che ha riguardato la nostra professione.

Il cambiamento ha principalmente riguardato per ora due aspetti, vale a dire il processo civile e la comunicazione professionale; molto poco è invece accaduto con riferimento al processo penale, anche se si sta attivando una piattaforma informatica che non avrà tuttavia le stesse caratteristiche del processo civile telematico in termini di fruibilità e utilizzo da parte degli avvocati, dal momento che riguarderà solo la digitalizzazione del fascicolo alla quale potranno accedere gli avvocati per la visione o l’estrazione di copia degli atti.

Il processo civile telematico è invece un dato acquisito, presenta indubbi elementi di utilità per gli avvocati, certamente ha ridotto in misura consistente l’accesso alle cancellerie del Tribunale e quindi malgrado qualche resistenza all’innovazione, si pensi ad esempio alla copia di cortesia, la via virtuosa pare in buona sostanza tracciata.

Sul piano della comunicazione professionale con l’avvento della rivoluzione digitale si è invece aperto letteralmente un universo, ancora in espansione. E’ indubbio che la pubblicità rappresenta una concreta possibilità di ampliare l’ orizzonte lavorativo e quello della conoscenza professionale, sebbene questo nuovo mondo non sia estraneo a profili di criticità. Spesso infatti si assiste allo sconfinamento delle comunicazioni dal perimetro deontologico, pur tenendo conto delle liberalizzazioni che hanno riguardato questo ambito.

E così possiamo trovare, ad esempio, offerte di consulenza gratuita su piattaforme di difficile identificazione o promesse di risultato che configurano delle fughe in avanti.

E’ infatti consentita la “pubblicità” purchè questa sia espressione delle proprie competenze professionali e non tenda invece a suscitare l’emozione nell’utente, che è invece il tipico strumento dell’ advertising tradizionale.

Non è un caso che proprio linkedin, la più sobria tra le reti web, appaia essere il più cliccato strumento per la conoscenza del professionista da parte del mondo esterno, anche in presenza di un sito web dello studio; questo dimostra anche che la possibilità di accedere ad un informazione legata alla competenza professionale è la vera richiesta, virtuosa, che viene rivolta.

Nell’ultimo decennio l’avvocato è stato “collocato sul mercato” da provvedimenti che hanno lasciato da parte la dovuta considerazione per il ruolo che svolge, con la conseguenza di un inevitabile impoverimento proprio perché la difesa di un diritto è spesso equiparata ad un’offerta di un qualunque prodotto. Partendo da questo presupposto l’ avvocato 2.0 dovrà trovare un baluardo proprio nel lato virtuoso della rivoluzione informatica -anche sul piano della comunicazione – ben sapendo comunque che esso offre un servizio di qualità rispetto al quale non deve mai abdicare.

Avvocato 2.0 perché all’orizzonte si profilano infatti anche altre frontiere che la rivoluzione digitale sta aprendo e con le quali ci si dovrà confrontare.

Arriveremo ad esempio a fare i conti con l’intelligenza artificiale che confeziona atti giudiziari, pareri o dati statistici sulle probabilità di successo, come accade in America del nord? La Blockchain sarà il prossimo step dei registri digitali – certificazioni ad esempio – o del processo di elaborazione dati ? sono temi aperti sui quali ci dobbiamo confrontare, sono realtà che si sviluppano con una velocità strabiliante e sono destinate a chiudere realtà lavorative e ad aprirne altre. Nessuno potrà permettersi di rimanere alla finestra.

Possiamo dire ai posteri l’ardua sentenza, sapendo però che i posteri siamo già noi.

 

 

Riflessione sull’aumento delle pene in relazione ai riti alternativi

Durante l’audizione in Commissione Giustizia della Camera il 9 gennaio 2019 l’avvocato Vinicio Nardo fa una riflessione sull’aumento delle pene in relazione ai riti alternativi:

Così Vinicio Nardo:

Le pene non sono più graduate rispetto al fatto, ma stanno diventando una reazione dello Stato ad uno sgarbo che riceve lo Stato; non puniamo più l’offesa fatta al singolo, ma puniamo la lesa maestà della collettività. E non è un bel pensiero.

Qui il video:

https://www.radioradicale.it/scheda/562445?p=0&s=2721&t=2850&f=0

E che rinnovamento sia

In questi anni di impegno nel Consiglio dell’Ordine ho cercato di essere sempre al servizio dell’avvocatura organizzando la formazione, regolamentando la difesa di ufficio, favorendo le conciliazioni nelle divergenze tra colleghi, consigliando i più giovani, intervenendo in decine di incontri di formazione deontologici e non. La recente sentenza della Cassazione, sovvertendo un precedente orientamento di segno contrario, ha stabilito che chi ha partecipato a più di due mandati consecutivi non possa più ricandidarsi. La sentenza purtroppo interviene a campagna elettorale già iniziata. Se nelle prossime settimane  non  vi saranno indicazioni chiarificatrici di segno opposto da parte degli organismi istituzionali, non parteciperò alla prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine, anche se continuerò sotto altre forme, a “occuparmi” del bene dell’avvocatura a cominciare dal doveroso sostegno agli amici della lista “ Noi Avvocati” capitanata da Vinicio Nardo, unica vera alternativa ad un Consiglio  che, se deve essere di rinnovamento, non può che essere affidato a volti nuovi.

Alla prossima

La decisione di dedicarmi all’attività istituzionale ha una radice profonda; credo nel valore della partecipazione come possibilità di trasformazione e miglioramento del reale. Ho stima e rispetto delle istituzioni e penso che un importante compito del Consiglio dell’Ordine sia diffondere il senso di appartenenza ad una professione di alto valore culturale e sociale com’è quella dell’avvocato; ho a cuore i temi della formazione e ho in mente l’idea che la Scuola forense debba essere uno spazio concreto per la crescita dei giovani e futuri avvocati, per la formazione permanente degli altri, per le specializzazioni.

Con queste idee avevo deciso la mia candidatura per le prossime elezioni del Consiglio dell’Ordine. Tuttavia, oggi, stante il principio espresso dalla suprema corte, non proporrò la mia candidatura, pur conservando il mio impegno nel sostegno dei contenuti espressi nel programma della lista “Noi Avvocati”. Spero in un nuovo Consiglio realmente rappresentativo e inclusivo che sappia essere un esempio e motivo di orgoglio per i colleghi. E credo che Vinicio e gli altri ottimi colleghi e colleghe sapranno ben esprimere il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

L’etica al primo posto. Sempre

Ho sempre pensato che l’unico modo per cambiare davvero le cose sia partecipare e impegnarsi a fondo per essere noi stessi il cambiamento che desideriamo.Il mio impegno all’interno dell’Ordine degli Avvocati è stato sempre in quest’ottica e ho sempre lavorato pensando ad un’istituzione inclusiva, concretamente rappresentativa e utile ai colleghi. Mi sono occupata a fondo del Patrocinio a spese dello Stato, ho condotto convegni sulla deontologia, convinta come sono che fare “le cose per bene” sia l’unica scelta etica possibile. Sono nata sotto il segno del pragmatismo e nel mio vivere cerco le soluzioni di buon senso.

La recente sentenza della Cassazione, sovvertendo un precedente orientamento di segno contrario, ha stabilito che chi ha partecipato a più di due mandati consecutivi non possa più ricandidarsi. Se nelle prossime settimane  non  vi saranno indicazioni chiarificatrici di segno opposto da parte degli organismi istituzionali, non mi candiderò alla prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine, anche se continuerò sotto altre forme, a “occuparmi” del bene dell’avvocatura a cominciare dal sostegno agli amici della lista “ Noi Avvocati”.

L’orgoglio della mia storia

La mia esperienza al Consiglio dell’Ordine ha una radice antica, lo ammetto. Posso con orgoglio confessare di essere una di quelle persone che ha dedicato tempo, impegno e progettualità all’attività istituzionale. Ebbene sì, dal gennaio 2002 sono stato eletto nel consiglio dell’Ordine. Dal 2006 faccio parte della commissione dei rapporti internazionali istituita presso l’Ordine degli Avvocati; sono coordinatore del Comitato Diritti Umani e del Comitato Antiriciclaggio dell’Ordine. Sono delegato dell’Ordine per la CCBE nella Commissione Migration. Ho a cuore il tema della crescita professionale dei giovani avvocati e delle esigenze della base dell’avvocatura. Credo che un Consiglio dell’Ordine debba avere una profonda capacità di ascolto e debba essere realmente a disposizione. Allo stato attuale, a seguito della sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ho deciso di non presentare la mia candidatura per il quadriennio 2019-2023. Come sempre la mia esperienza e il mio impegno sarà a disposizione di tutti i colleghi