LA MEDIAZIONE: NUOVA OPPORTUNITA’

A cura dell’avv. Pasquale Orrico

Gli avvocati italiani, negli ultimi quindici anni, hanno visto la professione evolversi con una velocità inimmaginabile fino a poco tempo fà.

Al riguardo, un esempio per tutti: si pensi all’introduzione del processo telematico, oramai pressoché unica interfaccia nei processi civile, amministrativo e tributario.

Un’altra rivoluzione che ha riguardato la gestione dei conflitti, ambiente nel quale gli avvocati giocano un ruolo determinante, è stata l’introduzione della mediazione in alcuni ambiti delle materie civili, quale condizione di procedibilità.

L’introduzione della norma, quasi dieci anni fa, non è stata accolta con favore dalla nostra categoria e ai tempi era stato indetto uno sciopero contro la mediazione obbligatoria.

Oggi, dopo una modifica della legge in seguito ad un intervento della Corte Costituzionale del 2012, è tempo di bilanci e, alla luce dei dati statistici resi disponibili dal Ministero della Giustizia, si può affermare che la mediazione può essere considerato un metodo di risoluzione delle controversie efficace.

L’esame dei dati, infatti, fa emergere una percentuale media di accordo raggiunto, nel caso in cui le parti accettino di sedersi al tavolo della mediazione anche dopo il primo incontro informativo, pari al 46,7% nel terzo trimestre 2018 (ultimo dato oggi disponibile).

Per contro, in settori quali il bancario e l’assicurativo, per citarne alcuni di grande impatto in termini numerici sul contenzioso, le percentuali di successo sono inferiori ma vi è anche ridotta partecipazione e adesione delle società bancarie e assicurative, il che non può far concludere tout court che in queste materie la mediazione sia inadatta o inefficace.

Quello che è certo, tuttavia, è che il ruolo dell’avvocato che assiste il suo cliente in mediazione è di fondamentale importanza e dovrebbe essere visto come un’opportunità e non come un ulteriore adempimento imposto alle parti per poter accedere alla Giustizia.

In primis, l’intimo rapporto della mediazione con l’eventuale fase processuale successiva determina l’obbligatorietà dell’assistenza tecnica, atteso che gli effetti del proponimento della mediazione, alla luce della sua equiparazione pressoché a tutti gli effetti alla domanda giudiziale, non possono essere sottostimati, al fine di evitare di incorrere in prescrizioni e decadenze dall’esercizio del diritto e ciò senza considerare gli innumerevoli interventi della giurisprudenza sulle modalità di condotta del procedimento di mediazione, ai fini della procedibilità della domanda.

Inoltre, e questo è l’aspetto più rivoluzionario, noi avvocati siamo chiamati a ricoprire un ruolo all’interno del procedimento di mediazione estremamente complesso, dove assistiamo il nostro cliente in una vera e propria negoziazione nella quale, tuttavia, il panorama delle possibilità non è limitato al mero ambito della domanda e delle regole processuali ma può vedere calate sul tavolo più alternative.

Non solo, nella procedura di mediazione abbiamo anche la possibilità di utilizzare il mediatore, valore aggiunto rispetto alla negoziazione assistita, che ha un ruolo determinante di supporto nella gestione del conflitto, essendo in una posizione terza – e questo è pacifico – ma anche avendo il vantaggio di non dover assumere un ruolo giudicante; questa posizione gli permette di assumere informazioni dalle parti che restano riservate, salva diversa volontà delle stesse, e che non potrebbero mai essere conosciute né dal Giudice né dagli avvocati per facilitare la ricerca di una soluzione conciliativa.

In sintesi, la mediazione deve a mio avviso essere valutata come un mezzo estremamente potente per la risoluzione dei conflitti, non potendone più ignorare l’efficacia alla luce della sua applicazione obbligatoria e, soprattutto, perché costituisce un prodotto da offrire ai nostri clienti che può presentare, in molti casi, innegabili vantaggi rispetto all’adire il Tribunale.

Parimenti, non possiamo ignorare e dobbiamo esserne orgogliosi, che la legge sulla mediazione obbligatoria in Italia, prima nazione ad adottarla in seguito alla pubblicazione della direttiva n. 2008/52/CE, è oggi di esempio per i legislatori sia nell’Unione Europea che al di fuori.

Concludendo, noi avvocati abbiamo l’opportunità di essere protagonisti moderni e al passo coi tempi in questo ambito e, oggi, dobbiamo considerarci calati a pieno titolo anche nel ruolo di “conflict manager” e “problem solver”, con la prerogativa di poter offrire ai nostri clienti sia il tradizionale ricorso al Giudice che i metodi alternativi di risoluzione delle controversie, vero valore aggiunto rispetto ad altre categorie professionali.

CONSENSUS CONFERENCE GIOVANI: PROPOSTE PER L’ORDINE CHE SARA’

Ascoltare le opinioni e raccogliere le proposte dei giovani avvocati sul futuro dell’Ordine di Milano: questo l’obiettivo della Consensus Conference indetta da Vinicio Nardo e che ha coinvolto una nutrita rappresentanza di giovani avvocati.

La Consensus Conference è nata negli anni ‘70 in USA in ambito scientifico per affrontare temi complessi di difficile risoluzione: è una riunione di esperti che dibattono su un tema specifico. In genere si ottengono  nuove linee guida d’intervento.

Mutuato questo strumento, Vinicio Nardo ha inaugurato uno stile inedito per il mondo dell’avvocatura milanese, basato su ascolto e apertura.

La Consensus Conference Giovani ha coinvolto avvocati con esperienze molto differenti tra loro: chi lavora in un grande studio, chi in una boutique di nicchia specializzata, chi è praticante avvocato, chi coraggiosamente sta pensando di mettersi in proprio.

Ecco le riflessioni e le proposte che di fatto costituiscono un’appendice al programma della Lista Noi Avvocati:

Formazione

In generale si avverte la mancanza di una progettazione organica ed unitaria della formazione pensata per gli avvocati. I corsi sembrano non avere un filo logico, spesso non sono di alta qualità e toccano argomenti o troppo generici o lontani dall’essere utili per la crescita professionale.

La proposta:

  • un piano formativo pensato su settori altamente specifici.
  • più corsi gratuiti di alta qualità.
  • orari più consoni alla vita di Studio.
  • opportunità di tenere corsi anche da parte dei giovani avvocati.

Crescita professionale

Mancano occasioni di visibilità e di contatto con possibili interlocutori professionali.

Le proposte:

  • creazione di canali di connessione con le aziende.
  • realizzazione di corsi per le aziende, in modo da creare maggiore consapevolezza sulla consulenza legale. Ciò creerebbe delle sinergie di eccellenza con risvolti positivi per l’intera categoria.
  • creazione di un network interprofessionale: ciò favorirebbe lo scambio e la crescita delle competenze ed a Milano l’humus per innestare questi meccanismi non manca di certo.

Comunicazione del e con l’Ordine

L’Ordine è vissuto dai Giovani come un’entità lontana e non facilmente accessibile e leggibile. L’attuale Area Giovani del sito non viene aggiornata, non presenta iniziative dedicate, e potrebbe invece essere ripensata anche per accogliere proposte ed iniziative.

La proposta:

  • il sito web dell’Ordine dovrebbe essere il primo e più accessibile strumento di informazione per chi intraprende la professione, un punto di riferimento facilmente fruibile e leggibile.

DIFESA D’UFFICIO E PATROCINIO A SPESE DELLO STATO

ErnestoSarno-26A cura dell’avv. Ernesto Sarno

«La legge è uguale per tutti” è una bella frase che rincuora il povero, quando la vede scritta sopra le teste dei giudici, sulla parete di fondo delle aule giudiziarie; ma quando si accorge che, per invocar la uguaglianza della legge a sua difesa, è indispensabile l’aiuto di quella ricchezza che egli non ha, allora quella frase gli sembra una beffa alla sua miseria» La citazione appartiene a Piero Calamandrei e risale al 1954 ma oggi nonostante sia passata molta acqua sotto i ponti è sempre attuale.

 

L’articolo 24 Cost. si può definire come una delle norme più notevoli della nostra Costituzione, che rappresenta la chiave di volta del sistema di tutela giurisdizionale, garantendo senza alcuna distinzione ad ogni cittadino, la possibilità di accedere alla giustizia, e questo è il suo tenore letterale: «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi». «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento». È chiaro inoltre, questo principio è la trasposizione esplicitata nel campo processuale di un altro principio basilare, cioè quello dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, contenuto nell’art. 3 della Carta Costituzionale.

Ma è necessario chiedersi se all’interno del nostro ordinamento la libertà di accedere alla giustizia sia effettiva o se esistono invece limiti oggettivi pratici per alcune categorie di soggetti più deboli sul piano economico. Eppure, la proclamazione dell’uguaglianza dovrebbe riguardare una uguaglianza sostanziale, e non puramente formale.

In poche parole, c’è da interrogarsi sul fatto se il povero, il soggetto non abbiente o meno abbiente, di fronte all’amministrazione della giustizia si trovi in condizioni di parità con la parte abbiente o la sua situazione economica lo ponga in partenza in una condizione di svantaggio.C’E’ MOLTO DA FARE PER RENDERE LA DIFESA D’UFFICIO ED IL PATROCINIO A SPESE DELLO STATO STRUMENTI IDONEI A GARANTIRE L’UGUAGLIANZA DEI CITTADINI DINANZI ALLA LEGGE.

La difesa d’ufficio ed il Patrocinio dei non abbienti a spese dello stato sono istituti a tutela del principio costituzionale in base al quale il diritto di difesa e la possibilità di far valere in giudizio i propri diritti e interessi legittimi devono essere riconosciuti a tutti, indipendentemente dalle condizioni personali.

Assicurare pieno riconoscimento a tale principio è una priorità di cui l’Ordine degli Avvocati deve farsi carico, rendendo il pagamento delle parcelle dei difensori economicamente dignitoso, semplice e celere, affinché gli Avvocati non si sentano considerati una categoria di serie B quando assolvono al proprio compito in questo ambito.

Abbiamo pertanto stilato tre proposte di modifica del Protocollo per la liquidazione dei compensi professionali che io e tutti i colleghi di #NoiAvvocatici impegniamo a realizzare:

AUMENTO DEI COMPENSI PROFESSIONALI PREVISTI NEL PROTOCOLLO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI MILANO

Il D.M. 55/2014 indica un importo per ciascuna attività processuale, prevedendo la possibilità per il magistrato di ridurre tale importo del 50% o di aumentarlo dell’80% a seconda della complessità dell’attività svolta.

In realtà, comparando i numeri del D.M. 55/2014 con quelli del Protocollo attualmente in essere, ci si accorge che le cifre ivi indicate sono quasi sempre coincidenti con il 50% in meno di quelle contenute nella legge per ciascuna attività, cioè il limite minimo inderogabile per la liquidazione da parte della magistratura.

Il problema è quindi costituito dal fatto che, per qualsiasi attività processuale, l’avvocato d’ufficio si veda riconosciuto l’onorario minimo previsto dalla legge in virtù di un atto negoziale assunto dai propri vertici, realizzando l’uniformità dei criteri di liquidazione verso il basso, a scapito degli avvocati.

Si rende necessario pertanto una profonda revisione del Protocollo per la liquidazione dei compensi professionali, aumentando gli importi di ciascuna attività professionale, al fine di ridare dignità al ruolo del difensore d’ufficio.

RIDUZIONE DEI TEMPI DI LIQUIDAZIONE DEI COMPENSI PROFESSIONALI

A compromettere la dignità del difensore d’ufficio (e non solo) che richiede la liquidazione dei propri compensi contribuisce in maniera rilevante la questione dei tempi di emissione del decreto di liquidazione dei compensi professionali, a cui i magistrati provvedono anche con mesi di ritardo, e dopo molti solleciti.

Questo perché la legge non prevede un termine per la liquidazione dei compensi dei difensori d’ufficio, né, quando questo è previsto, come per il gratuito patrocinio, spesso non viene rispettato.

Come noto il Protocollo non ha valore vincolante, ma viene utilizzato dalla magistratura ed accettato dall’avvocatura in base al valore negoziale assunto.

Sarà quindi possibile procedere ad un’integrazione del protocollo sulla liquidazione negoziale, promuovendo un nuovo accordo che stabilisca tempi certi e ristretti di liquidazione dei compensi professionali, in un’ottica di leale collaborazione tra magistratura ed avvocatura.

L’Osservatorio permanente, istituito nel Protocollo e composto da due membri per ciascun firmatario, avrà il compito di ricevere le segnalazioni sulle relative criticità e adottare tutti i correttivi ritenuti utili al fine del rispetto delle indicazioni ivi contenute.

SEMPLIFICAZIONE DELLA PROCEDURA ESECUTIVA PER IL RECUPERO DEI COMPENSI PROFESSIONALI NEL CASO DI IMPUTATO REPERIBILE

La normativa vigente, in caso di imputati reperibili, subordina il pagamento del difensore di ufficio al previo ed infruttuoso esperimento da parte dell’avvocato di tutte quelle procedure esecutive preposte al recupero del proprio onorario maturato.

La procedura esecutiva si potrà evitare integrando il Protocollo con la possibilità per l’avvocato di comprovare l’incapienza producendo attestazioni da parte del Catasto nazionale, della Motorizzazione civile e dell’Agenzia delle Entrate da cui risulti che l’assistito non possiede beni immobili o mobili aggredibili, né risulti aver presentato dichiarazioni dei redditi negli ultimi due anni.

Tale soluzione non è stata resa possibile in quanto, l’Ordine degli Avvocati in carica non ha concluso l’intesa con l’Agenzia delle Entrate che le permettesse di rilasciare le informazioni richieste dai difensori d’ufficio istanti.

Ci impegneremo pertanto a concludere l’intesa con l’Agenzia delle Entrate per risparmiare diverso tempo e diverse incombenze agli avvocati, onerati delle complesse e tortuose procedure di recupero del proprio credito.

Questa procedura di semplificazione contribuirà inoltre a ridurre il carico di lavoro della magistratura civile, oltreché l’erario, esonerando dal pagamento degli onorari dell’avvocato maturati nell’esperimento della procedura di esecuzione forzata.

L’Ordine degli Avvocati oggi può e deve uscire dall’autoreferenzialità in cui è piombato nell’ultimo quadriennio ed aprirsi all’ascolto dei bisogni degli Avvocati. Questa è la via che bisogna perseguire per rendere piena la funzione sociale dell’avvocatura e rendere la Giustizia più Giusta.

 

 

 

 

 

DIRITTO DEL LAVORO: NUOVE LEGGI E “NUOVO AVVOCATO”

GiorgioTreglia-39A cura dell’avv. Giorgio Treglia.

Un importante convegno organizzato da Movimento Forense dà lo spunto per svolgere qualche riflessione sul ruolo dell’avvocato in un momento storico in cui, il proliferare di leggi in materia di Diritto del Lavoro, crea non poche problematiche.

Il convegno “Licenziamenti illegittimi e tutele legittime” ha avuto il pregio, fra l’altro, di portare ad una ricognizione della attuale normativa in tema di licenziamenti.

 

Ebbene fra “tutele crescenti” e “decreto dignità” la via della soluzione di un eventuale conflitto, in caso di licenziamento, diventa davvero irta di complessità.

Si sa che, in caso di recesso, il ruolo dell’avvocato è, normalmente, relegato alla fase processuale, in cui egli è chiamato a difendere gli interessi del lavoratore o del datore davanti al giudice competente. Tralasciamo, perché questa non è la sede, di disquisire intorno alle malefatte del processo c.d. Fornero;

proviamo invece a valutare, forse sarebbe meglio dire a rivalutare, il ruolo dell’avvocato nella fase antecedente il conflitto.

Normalmente le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, sono dotate di appositi uffici deputati alla gestione di tutte le questioni che riguardano il personale dipendente. Con la conseguenza che le questioni inerenti, ad esempio, un licenziamento, vengono ivi decise ed attuate.

E’ proprio in questa fase che, credo, la presenza di un avvocato, magari specializzato in una materia complessa, possa giocare un ruolo primario.

Ed infatti l’ “audizione” tecnica – e non solo – del parere dell’avvocato può essere di grande aiuto, sia per quel che attiene la retta applicazione della norma astratta al caso concreto, sia per la valutazione conseguente del “rischio lite”, sia ancora perché il consiglio dell’avvocato può addentrarsi in valutazioni di tipo etico che assumono una importanza focale.

E mi spiego meglio.

Può darsi che vi siano situazioni che legittimino il recesso per giusta causa o per giustificato motivo; ma può darsi anche che nessuna delle situazioni dinanzi descritte abbia a palesarsi e che i motivi di recesso siano altri. E’ accaduto, ad esempio, che un certo datore di lavoro abbia avuto “desiderio” di risolvere un contratto di lavoro con un proprio dipendente perché …. non si sa perché “ma è meglio che quel signore vada via, così … è diventato antipatico”.

Ecco che, in questo caso, ci vuole tutto il coraggio del caso, e che l’avvocato deve mostrare, per dire al datore che quel licenziamento non s’ha da fare… perché sarebbe illegittimo e privo degli elementi suoi propri, con tutte le negatività conseguenti.

Di più, pur dovendo sempre l’avvocato agire con “passione ragionata” per difendere gli interessi della parte che assiste, è altrettanto necessario che egli abbia anche il coraggio di ritirarsi, laddove gli obiettivi del cliente siano contrari ai principi che informano la materia di riferimento.

Così facendo, ovvero avendo anche il coraggio di sconsigliare un certo tipo di azione, si può dire che egli contribuisca a fare giustizia.

Dunque, in una ridda di norme spesso diacroniche, è necessario continuare a studiare la materia di riferimento, anche se può apparire noiosa ed incoerente. D’altro lato è necessario “introdursi” all’interno dell’organizzazione datoriale, al fine di rendere davvero un servizio di valore, anche nella quotidianità.

Diversa l’ipotesi in cui si abbia ad assistere il lavoratore, atteso che, in quel caso, il rapporto fra professionista e cliente è, di solito, un poco più stretto: spesso il legale è chiamato a consigliare comportamenti ma, di fatto, si subisce l’iniziativa del datore.

Ecco: penso sia importante vedere un avvocato che conosca la materia tecnica e abbia scienza e coscienza della realtà che lo circonda.

NASRIN SOTOUDEH: 38 ANNI DI CARCERE E 148 FRUSTATE PERCHE’ AVVOCATO

AlessandroBastianello-59A cura di Alessandro Bastianello

E’ notizia di oggi. 38 anni di carcere e 148 frustate. Questa la pena inflitta a Nasrin Sotoudeh, cittadina iraniana rinchiusa nel carcere di Evin. La sua colpa? Essere avvocato e difendere i diritti delle donne e i diritti umani. Prima di lei Shirin Ebadi aveva subito la stessa sorte. Condannata ed esiliata. Prima magistrato, esonerata dall’incarico dal regime totalitario che si era insediato, ha continuato la sua lotta per i diritti delle donne e dei più deboli come avvocato.

Il suo impegno ha meritato il conferimento del premio Nobel per la pace.

Di Nasrin leggiamo che nel suo studio c’e una statua della giustizia con la bilancia e la spada. Un simbolo che la identifica, che dichiara la sua appartenenza alla classe degli avvocati. Un segno che indica i valori e i principi a cui si ispira e che in tanti condividono tanto che il codice deontologico europeo afferma che “in una società fondata sul rispetto della giustizia, l’avvocato riveste un ruolo speciale. Il suo compito non si limita al fedele adempimento di un mandato nell’ambito della legge. L’avvocato deve garantire il rispetto dello stato di Diritto e gli interessi di coloro cui deve difendere i diritti e le libertà”.

L’avvocato dunque tutela i diritti fondamentali, dà voce ai più deboli, garantisce la corretta applicazione delle leggi. Per questo il suo ruolo è sotto attacco. Non solo in Iran. In Turchia l’assassinio di Tahir Elci, Presidente dell’Ordine di Diyarbakir. In Cina Wang Quanzhang condannato per aver fatto sentire la sua voce in difesa dei diritti umani.

L’Italia non è da meno, anche da noi il ruolo dell’avvocato non va esente da affronti. Non vi è solo un velato (ma non troppo) intento di limitarne l’indipendenza ritoccando gli istituti da cui dipende il sostentamento economico di chi esercita questa professione ma, nel processo penale, è sempre più evidente il tentativo di delegittimare la funzione sociale della difesa degli imputati mediante la spinta ad identificare il ruolo del difensore con la figura dell’assistito. In tempi di galoppante giustizialismo l’avvocato dà fastidio, è chiaro. Potrebbe essere un ostacolo al nuovo processo penale che si vorrebbe ispirato allo slogan “indagini, processo, condanna”, possibilmente nel più breve tempo possibile e possibilmente senza inutili orpelli che altri chiamerebbero garanzie.

Occorre dunque saper dare adeguate risposte a chi vorrebbe far credere che l’avvocato nel processo difende il criminale e il suo crimine e non il diritto di tutti al rispetto della legge e del giusto processo.

Questo compito spetta agli Ordini che devono saper valorizzare in ogni sede il ruolo che l’avvocato ricopre e che si traduce nella garanzia per il cittadino della effettiva tutela dei diritti. Un Ordine moderno non può non far sentire la propria voce quando la funzione dell’avvocato subisce attacchi di questa gravità. Un Ordine al passo con i tempi, infatti, non può limitarsi a preoccuparsi del “proprio giardino” ma deve saper alzare lo sguardo, guardare oltre la siepe affrontando le sfide che i tempi impongono proteggendo la funzione sociale dell’avvocato in ogni contesto.

COSTRUIRE UN CONSIGLIO DELL’ORDINE CON UNA NUOVA VISIONE PER MILANO

Nardo Vinicio

A cura dell’avvocato Vinicio Nardo

 

“Il futuro appartiene alle persone che vedono le possibilità prima che diventino evidenti”

Ted Levitt

 

 

Ogni città può evolversi, rigenerarsi e migliorare la qualità di vita dei cittadini che la vivono. Ogni città può essere grande a suo modo. Tuttavia esistono modelli ideali: la Città Rinascimentale, la Città Radiosa di Le Corbusier, o più recentemente le Green City.

Nella nostra Milano, negli ultimi anni, stanno emergendo i segni di un processo di rinascita che andrebbe ulteriormente alimentato e sostenuto.

Se è pur vero che esistono fattori che facilitano i processi di rigenerazione urbana, mi chiedo: può l’Ordine degli Avvocati svolgere un ruolo chiave all’interno di questi meccanismi?

Continuo a sostenere che sia opportuno porre l’accento sui contenuti, sulle idee, sui progetti e credo che questa sia la base da cui partire per valorizzare il ruolo che l’Avvocatura svolgerà nei prossimi anni.

Charles Laundry è un urbanista visionario, ispiratore di movimenti che a livello internazionale si impegnano per la rinascita delle città attraverso un mix di componenti hardware – le infrastrutture -, software – gli elementi immateriali -, e orgware – l’organizzazione, la burocrazia -.

Secondo Laundry le “great cities” racchiudono sette elementi: un mix in cui il fattore umano è determinante.

Hanno al loro interno dei Luoghi che determinano senso di ancoraggio e identificazione e generano nei cittadini quel tipo di sensazione legata a voler contribuire e dare qualcosa in cambio alla propria città. Spazi che creano un ponte tra passato e futuro. Le città divengono acceleratori di opportunità a patto di avere buoni sistemi di comunicazione fisica e virtuale. Il cittadino deve sentirsi all’interno di un sistema di Connessioni di cui il sistema di trasporti è parte integrante, ma non esclusiva. Le great cities hanno una Cultura, intesa come l’insieme di attitudini, convinzioni, modi di vivere, radicata ma aperta all’innovazione. Il ritmo che ne scandisce le attività quotidiane non è legato solo al lavoro e alle attività produttive ma interrotto da momenti di bellezza legata ai luoghi ma anche a gesti di senso civico: elementi in grado di essere fonti d’ispirazione.

Le città con la migliore qualità di vita sono quelle che riescono a produrre immaginazione e Apprendimento collettivo. Milano ha uno straordinario tessuto di Università e Istituzioni formative da far dialogare sempre di più con l’ambiente circostante. La gestione degli spazi e la progettualità di un luogo che risponda alle aspettative di un cittadino contemporaneo deve ispirarsi ad un’idea di Design che rifugga l’omogeneizzazione a favore di differenziazione e distintività.

È fondamentale inoltre, che si respiri un Senso di possibilità, l’idea che sia possibile realizzare i propri progetti. È questa sottile percezione che fa si che sia maggiore il numero di talenti che arriva, rispetto a quelli che partono. Non posso non pensare a quanto una burocrazia e una giustizia con una maggiore qualità e affidabilità siano in grado di influenzare questo fattore. Incubatori per startup, acceleratori, centri culturali sono necessari tanto quanto la sensazione che il già citato “orgware”, funzioni bene.

Una great city si caratterizza per chiarezza negli obiettivi e consapevolezza della strada da percorrere per raggiungerli. L’Ordine degli Avvocati rappresenta una fetta peculiare dell’economia milanese, poiché i soggetti che ne fanno parte svolgono un ruolo chiave di snodo tra giustizia, apparati burocratici e società civile. L’Avvocato conosce il tessuto urbano ed imprenditoriale, gli apparati burocratici, i problemi irrisolti e le straordinarie potenzialità di Milano, come pochi altri.

Raccogliere la sfida di esprimere una visione che orienti il futuro della nostra città, potrebbe divenire uno dei nodi attorno ai quali riaffermare il ruolo dell’Avvocato e la sua funzione nella società.

 

 

GIURARE PER ESSERE AVVOCATO

AntonioPapiRossi-19A cura di Antonio Papi Rossi

La professione di avvocato si può esercitare dopo aver superato l’esame di abilitazione: ma questo non è sufficiente. Occorre il formale giuramento di rispettare la Costituzione della Repubblica: giuramento che ciascun neo-avvocato deve rendere quale condizione per iscriversi all’Albo ed esercitare la professione.

Perché il giuramento? Non siamo giudici, dipendenti dello stato, delle forze dell’ordine. Per esercitare altre professioni vicine alla nostra (i commercialisti, i consulenti del lavoro) e, in generale, le libere professioni (architetti, giornalisti) non è richiesto il giuramento.

Tuttavia è richiesto un giuramento: perché la materia viva di cui si occupa l’avvocato è il diritto, vale a dire un modo di regolare la vita sociale in modo pacifico e, in caso di conflitti, un modo per risolverli senza l’utilizzo della forza. Ogni persona umana ha diritti fondamentali che l’avvocato deve tutelare, presidiare, difendere.

L’avvocato ogni giorno deve ricordarsi questo giuramento, che gli impone di seguire i principi fondamentali indicati nella Costituzione, per svolgere con pienezza il suo ruolo, che la Legge professionale (art. 2) identifica così: l’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti.

Guardiamo un po’ da vicino la nostra Costituzione.

Nata in un momento di particolare coesione del Paese, dopo la seconda guerra mondiale, è il frutto illuminato e lungimirante dell’Assemblea costituente, composta da   eccellenti rappresentanti del mondo giuridico, storico e politico. La Costituzione riconosce (non attribuisce) i diritti inviolabili della persona, i quali sono riconosciuti a tutti (non soltanto ai cittadini italiani). Stabilisce l’uguaglianza di tutti davanti alla legge e pone le basi della nostra civiltà giuridica, attraverso norme di larghissimo respiro, la cui straordinaria saggezza le rende elastiche interpreti del nostro paese, moderne e attuali. Così oggi, a distanza di settant’anni, la Costituzione continua ad essere norma viva e vivente, capace di guidare verso il futuro le istituzioni e le persone.

La terribile esperienza delle due guerre mondiali – che, in verità, erano almeno in larga parte guerre tra Stati europei – indusse i Padri costituenti a prevedere, tra i principi generali, quello secondo cui l’ordinamento giuridico si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute (art. 10) e che la Repubblica, in condizioni di parità con gli altri Stati, consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni, promuovendo e favorendo le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Questi articoli sono alla base dell’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e alle principali convenzioni internazionali, tra cui la C.E.D.U.

Su tali basi nel nostro sistema costituzionale ha avuto ingresso il visionario progetto europeo: basta leggere le prime norme del Trattato per comprendere la forza, la bellezza e la grandiosità giuridica dell’Unione: così l’art. 2:

L’unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Ai diritti si accompagna una visione di pace, giustizia e benessere: l’art. 3 incomincia con l’impegnativo obiettivo secondo cui “L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli. L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne [..]”.Senza contare che il progetto europeo ha garantito all’Italia il periodo di pace più lungo (70 anni) della propria storia. La Costituzione si è ulteriormente arricchita della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, direttamente applicabile come norma super primaria nel nostro sistema giuridico, come ha chiarito alcuni anni fa la Corte costituzionale (sentenza 348/2007).

Il giuramento dell’avvocato riguarda perciò la dichiarazione di fedeltà, di amore e di impegno verso un patrimonio giuridico liberale, illuminato, che raccoglie le radici della nostra storia secolare e le proietta in un presente e in un futuro di pace, giustizia e solidarietà. Si: perché anche la solidarietà è un dovere costituzionale (art. 2 della Costituzione e art. 2 del Trattato dell’Unione).

Per l’avvocato, la difesa dei non abbienti è un dovere, non è una buona azione.

Buona azione è dare da mangiare agli affamati. Praticare la solidarietà, invece, è praticare la legalità. Difendere un diritto, anche per chi non può pagare la parcella, è un dovere costituzionale, non è una buona azione. Fa perno sulla dignità della persona – parte assistita, che la costituzione vuole uguale davanti alla legge: così l’art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Nel lavoro quotidiano, in ogni riunione, in ogni discussione in tribunale e in ogni caso che la vita professionale ci chiama a seguire, il giuramento deve guidarci, sostenerci e guidare le nostre scelte.

Con il gusto, il coraggio e la responsabilità di farlo “in libertà, autonomia e indipendenza”, come indica la legge professionale (art. 2, comma 1). In questi termini e su tali basi, il nostro è un lavoro meraviglioso, straordinariamente emozionante, irripetibile.

ALGORITMO E GIUSTIZIA

AndreaDelCornoA cura di Andrea Del Corno

Nel febbraio 2013 Eric Loomis venne arrestato in Wisconsin per resistenza a pubblico ufficiale dopo essere stato trovato alla guida di un auto rubata, utilizzata nel corso di una sparatoria.

Loomis venne condannato a seguito dell’applicazione da parte della Corte del sistema di intelligenza artificiale denominato COMPAS, vale a dire Correctional offender managment profiling for alternative sanctions (on line si trovano  corsi per l’utilizzo del software).

COMPAS si articola in un questionario composto da circa 137 domande che vengono sottoposte all’imputato domande e che riguardano, ad esempio, età, attività lavorativa, vita sociale, grado d’istruzione, legami personali e sociali, opinioni personali su alcuni temi e percorso criminale . A fronte del ricorso di Loomis, inevitabile verrebbe da commentare, la Corte Suprema ha dichiarato la correttezza della Sentenza che lo riguardava sulla base dell’assunto che sarebbe stata la stessa anche senza l’utilizzo di COMPAS, stabilendo anche il principio in base al quale l’utilizzo di un algoritmo è legittimo a condizione che non sia l’unico elemento valutativo del caso.

Il caso caso Loomis dimostra che un algoritmo è stato utilizzato proprio in fase di cognizione per l’espressione di una sentenza di condanna in un caso che, tra l’altro, non risulta essere unico.

Il sistema americano pare quindi orientato verso l’applicazione concreta dell’intelligenza artificiale.

Questa vicenda processuale richiama il tema della cosiddetta giustizia predittiva, che merita una trattazione più estesa, che consiste, in poche parole, nella possibilità di anticipare, sempre tramite algoritmi, il probabile ragionamento del Giudice e quindi la possibile sentenza. Alcuni siti che si potrebbero inquadrare nell’ambito della giustizia predittiva già esistono, remidafamigliaad esempio, ma certamente il tema pone una serie di problemi. E’ subito percepibile infatti che essa potrebbe essere uno strumento utile per valutare l’opportunità di esperire o meno una vertenza oppure, sul versante problematico, uno strumento a disposizione del giudicante per giungere ad una pronuncia frutto di un calcolo algoritmico, con ogni conseguenza potenzialmente negativa.

Il sistema italiano è a questo punto (il tema è trattato di recente da Luigi Viola nel suo volume

“interpretare la legge con modelli matematici”), mentre in campo europeo l’art. 22 gdpr di recente introduzione stabilisce che “l’interessato ha il diritto di non essere sottoposto a una decisione basata unicamente sul trattamento automatizzato, compresa la profilazione, che produca effetti giuridici che lo riguardano e che incida in modo analogo significativamente sulla sua persona “.

Il contenuto dell’articolo non si discosta quindi, quantomeno ad una prima lettura, dall’esperienza americana.

Siamo quindi alle soglie di una nuova era oppure l’intelligenza artificiale è un mostro che è già entrato nelle nostre vite per stravolgerle ?

Intelligenza artificiale (acronimo d’suo comune AI) è un’espressione coniata da John McCarty nel 1956, studioso d’informatica, nel corso di uno dei primi seminari sul tema che si tenne presso il Dartmouth College di Hannover (New Hampshire). Per vedere invece un primo approccio ad un modello matematico applicato al pensiero e alla costruzione di nuove proposizioni con la certezza dei procedimenti logico matematici dovremmo risalire a Leibniz che nella sua opera del 1666, dissertatio de arte combinatoria, teorizza proprio questo metodo, partendo tra l’altro dalle categorie aristoteliche.

Se si vuole porre una differenza o una traccia “evolutiva” dell’intelligenza artificiale allora questa non va vista nell’elaborazione di un nuovo modo di pensare quanto piuttosto nell’implementazione della potenza di calcolo, si veda quindi come l’accelerazione del progresso che ci condurrà alle soglie dell’era informatica  inizia con i primi IBM degli anni ’60 e con i primi algoritmi elaborabili. I cellulari sono figli di quell’era, come è noto.

L’intelligenza artificiale non è un mostro ma realizza in bit un pensiero umano molto risalente, connesso con la nostra natura e con l’evoluzione del nostro pensiero sin dagli albori; non è una rivoluzione del modo di pensare, un qualcosa di nuovo per intenderci, ma rappresenta piuttosto la concreta realizzazione della logica matematica che da sempre ci accompagna.

I temi sul tappeto sono molti, giustizia predittiva, algoritmi per la formulazione di sentenze, blockchain, smart contract e app di AI, non ultimo il software – Corriere della Sera del 31 gennaio 2018- per trovare l’avvocato d’affari più idoneo per il proprio caso; si tratta quindi dello sviluppo di tecnologie al nostro servizio, anche di un nuovo modo d’intendere la professione, sapendo che la nostra sfida è rispetto a questo futuro e al modello professionale che sin qui ci ha accompagnato.

Sta a noi governarne i processi.

SE LA NARRAZIONE POLITICA ENTRA NELLA PENNA DEL LEGISLATORE

Le leggi non sono e non dovrebbero diventare slogan politici. Rileviamo un clima di diffidenza nei confronti della giurisdizione. Messaggi apparentemente rassicuranti che invocano una giustizia severa e forte, in realtà risultano controproducenti nei risultati e determinano una diffusa insofferenza verso ogni esito giudiziario che non sia la condanna esemplare.

Così Vinicio Nardo in audizione all’Ufficio di Presidenza in Commissione Giustizia del Senato per l’esame dei ddl nn. 925 e 417 sul divieto di giudizio abbreviato per i reati puniti con la pena dell’ergastolo:

Attenzione al lessico istituzionale ed al sentiero tracciato che conduce a sentenze del popolo e non più in nome del popolo.

La legislazione sia razionale e non emotiva. Un auspicio anche per la riforma penale preannunciata dal Ministro.

Il 12 Febbraio 2019 si è tenuta l’audizione dinanzi all’Ufficio di Presidenza in Commissione Giustizia del Senato, per l’esame dei ddl nn. 925 e 417 sul divieto di giudizio abbreviato per i reati puniti con la pena dell’ergastolo.

Auditi Edmondo Bruti Liberati, Giandomenico Caiazza e Vinicio Nardo.

Qui il video integrale:

http://webtv.senato.it/4621?video_evento=927

Intervento di Edmondo Bruti Liberati (già Procuratore della Repubblica di Milano) fino al minuto 14.20

Intervento di Giandomenico Caiazza (Presidente dell’Unione Camere Penali Italiane) dal minuto 14.15 al 26.05

Intervento di Vinicio Nardo (componente dell’Organismo Congressuale Forense) dal minuto 26.24

Interventi di Senatori e risposte dal minuto 36.25

La foto in copertina è di Alessandro Bastianello, avvocato a Milano e appassionato di fotografia.

RIDERS: LAVORATORI AUTONOMI O SUBORDINATI?

A cura dell’avvocato Giorgio TregliaGiorgioTreglia-39

Ritorna di attualità il tema della dicotomia tra lavoratori autonomi e subordinati applicata ai famosi riders, gli attori della gig economy.

Come forse si ricorderà, il Tribunale di Torino era stato adito da alcuni giovani lavoratori i quali chiedevano che, per le modalità di svolgimento dell’attività che essi svolgevano la datrice di lavoro, fossero dichiarati lavoratori subordinati.

In primo grado il Giudice aveva dato loro torto, dichiarando che per le modalità di svolgimento di quel rapporto era da escludersi ogni ipotesi di subordinazione.

La Corte d’Appello torinese, con la sentenza n. 2619 del 4 febbraio 2019, ha in parte modificato il percorso del Giudice di primo grado.

Innanzitutto è chiarito che il presunto datore di lavoro (per la cronaca di tratta di Foodora) faceva compilare un formulario ai riders, li convocava a piccoli gruppi presso l’ufficio di Torino e chiariva che il singolo rider doveva essere in possesso di una bicicletta e di uno smartphone, dopodiché veniva proposta la sottoscrizione di un contratto di “collaborazione coordinata continuativa” con la possibilità per il lavoratore di accettare oppure no una specifica corsa a seconda delle proprie disponibilità.

Il Giudice di primo grado aveva dichiarato che erano del tutto carenti gli indici della subordinazione; tuttavia la Corte d’Appello è stata, con questa sentenza, di contrario avviso.

Qui è detto che la sussistenza della subordinazione è da escludersi in quanto i riders erano liberi di dare o meno la propria disponibilità per i vari turni offerti dall’azienda: erano loro che decidevano se e quando lavorare senza dover giustificare tale decisione e potendo addirittura omettere la prestazione del servizio, anche se la disponibilità era stata accettata. In sostanza mancava il requisito dell’obbligatorietà della prestazione.

A questo punto la Corte si discosta dalla sentenza di primo grado e precisa che, in base all’art. 2 del decreto legislativo 81/2015 il legislatore ha individuato una sorta di tertium genus: un qualcosa che sta a metà tra la subordinazione pura, come indicata dall’art. 2094 c.c., e la collaborazione coordinata continuativa regolata dall’art. 409 n. 3 c.p.c..

La conclusione cui giunge la Corte è, sostanzialmente, la seguente: l’art. 2 del decreto 81 non comporta la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra le parti, ma semplicemente l’applicazione del rapporto di lavoro subordinato ai rapporti di collaborazione autonoma.

In sostanza la collaborazione autonoma resta tale ma ogni altro aspetto riguardante la sicurezza, l’igiene, la retribuzione diretta e differita, i limiti di orario, ferie e previdenza si regolano come si trattasse di un rapporto di lavoro subordinato.

Ai riders, quindi, va riconosciuto il diritto di ottenere il calcolo della retribuzione diretta, indiretta e differita come stabilito da un contratto collettivo applicabile ad un dipendente lavoratore subordinato.

La sentenza ha creato una nuova figura che potremo definire del lavoratore autonomo “quasi subordinato”.Dunque un’eventuale azienda che fruisca dell’attività di lavoro di un rider dovrà pagargli tutte le retribuzioni come se si trattasse di un lavoratore dipendente … pur continuando a ritenerlo autonomo!

L’interpretazione della Corte territoriale crea non poche perplessità; personalmente ritengo che la soluzione contenuta in questa sentenza sia davvero ardita.

Vedremo che ne penserà la Corte Suprema.

Nel frattempo viva … l’incertezza del diritto!